È da parecchio che ho in mente di scrivere, le idee assemblate un po' a caso e talvolta annotate sull'agendina con una calligrafia disordinata e buttata dove c'è posto, forse a gennaio.


Buonanotte al secchio 
Il ragazzo doveva buttarsi da un alto trampolino. Sapeva che i genitori e gli amici lo avrebbero guardato. Sapeva che una volta sul trampolino non avrebbe potuto scendere da dove era salito. Il ragazzo guarda in basso è arriva alla conclusione “che la paura è provocata principalmente dal fatto di pensare”.Il racconto è di D.F.Wallace, uno che in un certo senso mancherà. Sarei per un aggiornamento dei proverbi se la Crusca avesse illuminati liberi da impiegare. Per esempio “un invito a nozze”, ora che non c'è miseria, è una bella rottura di palle, altro che un'occasione luculliana. “Liscio come l'olio”? Prova tu a sgrassare una macchia di fritto. E così la famosa “strada in discesa”, per tornare a noi, non è affatto sinonimo di libero sfollamento di pensieri. Anzi. Si sta un attimo a salire al massimo, il problema è sempre scendere. Senza inciampare e senza lasciarsi vincere dalla paura, quella pessima sensazione che si cerca sempre di evacuare cercando un controllo che man mano viene meno. I miei amici possiedono una lunga lista di sfacciate discussioni con i dipendenti pubblici, liti che mi fanno sempre fare la figura della maleducata pellegrina. “Trovare il coraggio” è un approdo così appagante confronto al timore, eppure la paura è diventata ormai una costante accettata. Più o meno qualunque aspetto della nostra vita è basato sulla paura, o almeno così vogliono farci credere. E allora,Wallace, dovremmo smettere di pensare?Non credo lo avesse scritto per generare sillogismi, però le sedie fuori dai bar sono incatenate, e la municipale gira anche di notte a punire i divieti di sosta. Telecamere ovunque, gabbie, grate alle finestre “perchè abbiamo paura degli zingari”, DECRETO SICUREZZA. Mio dio. Dobbiamo adattarci a questa paranoia e temere anche di portare fuori la monnezza? Non possiamo più permetterci una sana incoscienza? Nuoce? Lessi che ai pessimisti non succede mai niente di buono, una specie di karma che punisce i pavidi.
E più impavidamente vado errando per festini mal organizzati, vivendo ultimi brandelli di giovanilismo, e più mi accorgo che la gente è sola, insicura e tanto sola. Non perchè vada di moda la solitudine, ma perchè ci costringono all'angoscia dell'abbandono, all'aggregazione per forza. Allo sbadiglio, al biglietto proibitivo, alla camicia se no non entri, alla scarpa giusta, alla prenotazione obbligatoria, al check in online. Ho l'impressione che ovunque ci sia la saturazione dei desideri. Già detto, già visto, già sentito. E se ci costringessero alla paura per sopperire alla noia? Se ci costringessero a nutrirci di diffidenza per annichilire la curiosità, e quindi smettere di pensare e prendere coraggio?
Se questo sentore complottista non si fosse annidato solo in me? Qualcun altro se lo sente? Qualcun altro ha visto due puntate di lost ieri sera? Qualcuno può spiegarmi il significato intrinseco di “buonanotte al secchio” e dire agli illuminati della Crusca di provvedere a comunicarlo al mondo?
C'è un tempo per partire e uno per restare. Non ho più voglia di immaginarmi hostess col caschetto che delibereranno sul peso del mio bagaglio. Chiuderanno un occhio sui chili in eccesso? Mi capiterà l' hostess buona? O verrò punita con l'apertura della valigia e abbandono del superfluo in aeroporto? Desidererei essere nata uomo per ben poche ragioni, ma invidio la sprezzante consapevolezza di sé del viaggiatore uomo. Quel coraggio smaliziato, quell'ostentazione di indipendenza, di senso pratico, di pericolo. Quando viaggio senza compagni mi sento pudica e insicura, diffidente, per niente emancipata. Impaurita. Dopo la lettura della bibliografia intiera del Rumiz (per via della tesi) , ho avvertito la necessità di un viaggio fatto sulla fiducia. Fiducia nel genere umano. Una bella raschiatura di pregiudizi, la percezione del mistero, l'azzeramento delle aspettative e dei cliché, la solitudine costruttiva. Però purtroppo ora è tempo per restare, tempo di una staticità impressionante, impiegatizia, da decubito. Questo aprile novembrino mi ha aiutato parecchio nel difficile esercizio della concentrazione, ho letto e riflettuto senza soffrire la malegria della primavera. 
Con sta storia del terremoto finalmente i canali d'informazione hanno trovato notizie abbastanza ghiotte per poter struggere la popolazione sciacallando sulla tragedia. Caravan palace.
Ammaraggio incolume verso la fine degli esami, l'onda calma della tesi che arriva placida e i primi di marzo alle porte di questa città senza porte. Non riuscivo a connettermi perchè credevo che il mondo avesse voluto isolarmi, ho scritto lunghi pamphlet, lacrimevoli dubbi ontologici per scoprire poi che la mia connessione era ostacolata da un cavetto, che io dimenticai staccato. A quel punto il mio Pc s'era preso l'ennesimo virus, per recuperare i miei scritti ho dovuto asportare l'hardisk: operazione delicatissima e ancora in corso, il cui lungo travaglio avrebbe provocato ancora dolore, oh ligio lettore. Così, per la causa comune, comprai Pc nuovo più lussuosissimo hardisk esterno e ora sono povera, ma tanto accessoriata. Sono anche stata un po' in giro, tipo in Provenza, ma non ho fatto amicizia con nessuno, in treno, lungo la riviera ligure e la costa azzurra. Ho letto giornali ruspanti e sorriso pensando a Serena, che mi invidiava perchè avrei goduto di un paesaggio incantevole da cui avrei potuto vedere anche lo stabilimento dell'olio carli. Prima di partire ho conosciuto anche una ragazza dall'indubbia bellezza che si pagava gli studi sgambettando a mediaset: massaggiando materassi, o correndo sui tapis-roulant con sorrisi al culmine della paresi. La starletta aveva un vestito stile enciclopedista illuminista con un bel volpino nero dagli occhi posticci che le faceva da sciarpa. Le unghie smaltate di polvere di stelle in sfumare, i capelli piastra-addicted, ovviamente il broncio, e una laurea triennale in scienze della comunicazione, che pare sia un corso pien di figa, visto che le veline son tutte iscritte lì. Quando la bellezza è così tanto palesata, evidente, sberluccicosa, si è sempre portati a pensare ad un certo limite cerebrale che però tante volte è solo trascuratezza intellettiva. È' vero che le fighette profumano di gelsomino anche dopo un travaglio di giorni e un parto gemellare, però è anche vero che mangiano di tutto, questo l'ho scoperto perchè la ragazza, al ristorante, non si è risparmiata neppure il dolce, e per questo è diventata anche un po' mia amica, amicizia estinta nel momento in cui ho salutato il mondo con un sonoro rutto di digestione e probabilmente lei, nello stesso istante, salutava il cesso con due dita in gola. Ma questi non sono che clichè.
Il cervello è un cane che va sempre verso la merda, i miei risvegli sono sempre disturbati dal procrastinare di certe decisioni che per il momento godono di abitudinarie comodità. Mi giro dall'altra parte cercando zone calde di letto e trasformando, per magia, minuti in ore e ore in giorni di limbo. In queste condizioni si fanno i sogni più dettagliati che si traducono in immagini vivide ma senza corrispettivi reali. Nonostante questi intoppi iniziali porto avanti con fierezza la mia attività di perdigiorno, fino al prossimo risveglio.
La solita indigestione di pensieri sparsi,
Un giorno di luglio, quando ero bambina, mio padre venne a trovarci al mare e ci portò al luna park .Mia nonna chiese di portarci uno zucchero filato e noi, uscendo dalle giostre ne comprammo uno tutto spumoso e ci avviammo in bici verso casa. Inutile dire che dello zucchero filato rimase solo lo stecchetto, a blocchi ingrati si sgretolò tutto andando a perdersi senza tracce. Come certe canne che si fuma il vento. Più o meno questo è il mio atteggiamento nei confronti della politica e dell'attualità in genere. La partenza in bici, col fardello carico di buoni propositi, combattivo, deciso ad arrivare integro a destinazione che si sperpera senza che ciò fosse previsto. Ciuffi di intenzioni e pensieri e indignazione che vanno a morire lasciando nello stecchetto una porzione edulcorata che però non è “abbastanza sufficiente”. E a questo punto intervengono sigarette, alcol senza ghiaccio e palliativi del non-amore, del malamore, della noia, della fuffa, perchè sembra che il destino sia uniformaci ai sogni pass-partout, avere tette più grandi, vite più strette, vite più lunghe, auto più grandi, conoscere l'arte dell'inganno e della barzelletta e fare in modo che intelligenza e furbizia, manipolazione e verità diventino sinonimi. Sempre nel nobile intento del bene comune, del buon padre di famiglia.
Marco ha poco più di vent'anni e dà ripetizioni ad un ragazzino con problemi cognitivi, ritardato, in poche parole. L'alunno fa fatica a leggere e ovviamente ad imparare, però si è assunto l'incarico di anticristo. Dice di aver fatto parte di un'orda di barbari e di aver ucciso Gesù. Marco gli risponde che i barbari sono arrivati nel IV secolo dopo Cristo e che non è possibile che lui abbia ucciso Gesù perchè Gesù era già morto. E allora l'anticristo ribatte che Gesù è resuscitato (“lo sapevi?”)e che lui l'ho ucciso col trapano. In seguito lo avrebbe ucciso durante una battuta di caccia, ma questa volta sbagliando mira: puntava ad un cerbiatto ma la sorte ha voluto che Gesù precipitasse nel bosco con tutta la croce. Per il momento Marco suggerisce al suo scolaro di limitarsi a non bestemmiare, ma lo stesso Marco non se la sente di rinunciare a storie così ghiotte da raccontare a chi capita.
E così durante l'anniversario del futurismo, il peggiore movimento artistico mai esistito, mi ritrovo ad immaginare moke che sbavano sangue caldo e denso, a mangiare larve e girini (risotto alle zucchine con prezzemolo liofilizzato) e ad ascoltare le infanzie degli altri: Gian, gran cantastorie, raccontò di aver rubato al supermercato una bustina di zafferano pensando che fossero figurine panini.
L'illusione, una culla mai troppo piccola, l'ignoto, il miglior compagno di viaggio. Durante una delle ultime giornate di sole passeggiavo in ghetto mentre i megafoni annunciavano il carnevale. Gettai il filtro in mare aperto, il mio rifiuto galleggiava nell'acqua bruna. Sembrava esserci l'indizio di un rossetto, una labiale sussurrata in eredità al cartoncino. E invece era solo uno stupido disegno che incitava alla libertà promuovendo il proprio marchio.
Giovedì grasso ho chiesto ad un tizio se si era vestito da poliziotto in borghese, tornata a casa ho trovato un giovane vestito da gay che dormiva nel mio letto, a stento ho trattenuto calci pugni e illazioni omofobe, ho trovato il giaciglio caldo delle sue scorie ebbre.
Pietro Citati, di mestiere, fa il commentatore di quarta copertina? Sarebbe una strada che non mi dispiacerebbe percorrere, sapete se per caso è già attivo un master? Le soddisfazioni spettano ai soddisfatti? Un tizio arriva davanti ad un hotel con una fiaschetta in mano e dice: “Sono rovinato”. Perchè?